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Ecce Musica


 

Ecce Musica è un progetto fuori dal tempo, creato in piena Pandemia, con il quale continuiamo il nostro viaggio nella resilienza iniziato con "Vogue Carta Bianca" di Valentina Ciarallo e proseguito con le "Box" di Eleonora Cosi.

Oggi incontriamo MONICA MARZIOTA, cantante, musicista e performer
che ci racconta come una donna di musica e di teatro
abbia affrontato un anno così complicato

D. Monica, ma davvero non riuscivi più a cantare durante il lockdown?
R. Davvero, lo giuro! Durante il primo lockdown sono rimasta letteralmente senza voce: non riuscivo a fare una nota, nemmeno i vocalizzi giornalieri, le mie corde vocali erano paralizzate. Chi canta sa bene che, oltre allo studio e alla tecnica, ci vuole forza interiore, una consapevolezza che diventa magia e si trasforma in suono. Invece io avevo un cluster interiore che implodeva. Dovevo ascoltarlo e provare ad individuare una nota alla volta. Non ho cantato dal balcone, non ho fatto concerti da casa online. Ho dedicato molto tempo alla lettura e alla scrittura.

 

D. Così è nata l’idea di ECCE MUSICA...
R. Esatto! Stavo scrivendo la mia tesi di laurea in Musicologia e credo che questo mi abbia indirizzato verso la ricerca: mi sono confrontata con cari amici, colleghi, e con il mio prof. Antonio Rostagno, docente di storia della musica e presidente del corso di musicologia presso la Sapienza Università di Roma, che è stato e continua ad essere un importante punto di riferimento.

D. Raccontaci del nome: Ecce Musica ed il vostro manifesto: dove la musica è un atto di resistenza.
R. Inizialmente il nome doveva essere Musica como Acto de Resistencia per una serie di concerti e appuntamenti musicali pensati per far incontrare diverse culture e discipline artistiche che con questo titolo – ispirato a sua volta all’opera Baile como acto de resistencia dell’artista Hyuro – ho iniziato a proporre nel panorama romano dal 2016 assieme alla Dorothy Circus Gallery, alla Federazione Unitaria Scrittori Italiani (FUIS) e ad altre istituzioni. Volevo ricreare quel proposito di incontro e dialogo tra culture e discipline nel magazine.

Poi, però, ho pensato che sarebbe stato un nome troppo lungo: il magazine aveva bisogno di un nome più corto ed immediato. Ricordo che un pomeriggio tra fine primavera ed inizio estate camminando da una stanza all’altra dentro casa mi sono detta: ecce musica! Ero così entusiasta! Ho subito sentito che sarebbe stato il nome giusto, anche se da una parte, sarebbe potuto sembrare pretensioso a chi l’avesse associato alla frase pronunciata da Ponzio Pilato, dall’altra, sarebbe risultato simpatico a chi si fosse ricordato del film di Nanni Moretti. Per come lo intendiamo noi, ecce musica richiama il significato di quella precisa e essenziale lingua che per Guareschi è il latino. Vogliamo che il nostro sia un ecce musica sincero, bianco, curioso, punto esclamativo e interrogativo, leggero, mai superficiale: ecco qui la musica, da leggere, ascoltare, scoprire, toccare e sentire. Vogliamo invitare i nostri lettori a coltivare la calviniana leggerezza, a volare come la calandra che è il simbolo della nostra iniziativa: la “signora” degli spazi aperti che elevandosi alta nel cielo e sbattendo le ali canta il canto più musicale dei volatili.

Sostanzialmente Ecce Musica vuole arrivare dove arriva la musica. Il nostro adagio è Musica como Atto di Resistenza perché vogliamo resistere alla banalità e all’omologazione per esistere attraverso suoni e silenzi in diversi generi e forme espressive. Crediamo fortemente nell’importanza di accrescere la conoscenza e sviluppare una coscienza che possano far comprendere lo spirito, il sacrificio e l’etica che animano i diversi lavori artistici. Ora più che mai.

D. Le voci di Ecce Musica sono di giovani, è una contro tendenza che contraddice il luogo comune del rapporto tra le nuove generazioni e alcuni tipi di musica?
R. Siamo perlopiù giovani, è vero. Ma non proprio tutti. Non vediamo né vogliamo creare barriere generazionali. Sono assolutamente d’accordo con la frase “spazio ai giovani” ma pensiamo che sia importante dialogare e arricchirsi dell’esperienza di chi rappresenta percorsi di vita, di insegnamento e, in generale, artistici e professionali di tutto rispetto. Dovremo ascoltare, imparare e nutrici gli uni gli altri senza timore.

Ecce Musica è un magazine online divulgativo ma ci teniamo molto a pubblicare articoli e saggi di carattere scientifico senza, per questo, diventare tediosi. Vorremo arrivare ad ogni tipo di lettore, non solo a chi s’intende di musicologia. Il prof. Antonio Rostagno ci ha insegnato a studiare e raccontare la musica attraverso la storia delle mentalità, allora così si può parlare di società, culture e linguaggi diversi. Ci teniamo a divulgare la musica classica o cosiddetta colta ma non solo. Non esiste musica di serie a e musica di serie b. Vogliamo parlare anche di jazz, pop, world music, e ci piace rivolgere particolare attenzione alla etnomusicologia dei paesi dell’Asia, dell’Africa e del Mediterraneo.

D. Monica, raccontaci della tua passione per il colore rosa protagonista della nostra edizione ‘La vie en rose’.
R. Amo il rosa! Indosso e vivo il colore rosa ogni volta che posso. Chi mi conosce lo sa. In passato anche gli amici più cari mi hanno preso un po’ in giro e qualche volta lo fanno ancora sostenendo che il rosa è un colore da bambina. Non mi sono mia fatta intimidire, non sono il tipo. Il rosa mi piace, mi fa stare bene, mi trasmette sicurezza, mi dona una speciale e profonda forza.

Diversi anni fa mia mamma mi regalò un bellissimo comò rosa antico con la superficie di marmo rosa per la mia stanza da letto. Poi io stessa ho verniciato di rosa un piccolo armadio e ho comprato dei cuscini dello stesso colore. Quanto mi piaceva la mia “pink room”! Mi trasmetteva bellissime sensazioni di calma. Mi concentrava. Passavo volentieri delle ore in stanza a studiare, a suonare, cantare...quanti brani ho scritto da lì. Non abito più in quella casa, non abito assieme alla mia mamma, ma il comò, l’armadietto ed i cuscini ci sono ancora. Spero prima o poi di portarli con me e di ricreami uno spazio rosa. Ci tengo. Mi piace l’idea di vedere la mia vita in rosa: Je vois la vie en rose, cantava l’adoratissima Edith Piaf nel 1945 nella canzone che è diventata l’inno della nuova vita del dopoguerra francese.

La Piaf è l’autrice del testo della La vie en rose, mentre la musica è stata scritta dal compositore e pianista Louiguy che dagli inizi degli anni ’40 era divenuto pianista accompagnatore dell'oiseaux de Paris. È curioso pensare che c’è un po' di Italia (alla lontana) nella loro collaborazione perché Louiguy, al secolo Louis Gugliemi, è nato a Barcellona in Spagna, è cresciuto in Francia ed è di origine italiana. Pensa che il padre, italiano, è stato il contrabbassista dell’Orchestra di Arturo Toscanini.

La chansonLa vie en rose” divenne molto popolare nel 1946 e fu pubblicata come singolo nel 1947. Nel 1950 diventò una hit negli Stati Uniti e venne cantata e registrata da molti artisti di grande levatura a livello internazionali.

Malgrado i trionfi musicali, sappiamo che la Piaf ebbe una vita molto sofferta, alcuni potrebbero dire che fu tutt’altro che rosea. Ma «La Môme Piaf» nonostante le sue tante vicissitudini cantò all’amore e forse in questo ricercò, fino alla fine, la sua vita in rosa. Perché il colore rosa potrebbe significare proprio questo: essere vulnerabile, fragile e forte allo stesso tempo. Stare al mondo. Vivere.



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