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Storia del... "costume"


C’è una data simbolo - ci racconta Nicoletta de Menna - per parlare dell’evoluzione del costume da bagno e, inevitabilmente, del comune senso del pudore: il 1970 quando la modella brasiliana Rose de Primo, in spiaggia a Rio de Janeiro, indossa per la prima volta un tanga. Senza scomodare antropologia, sociologia o fare riferimento al perizoma di pelle indossato da alcune tribù native dell’Amazzonia, quel tanga segna il punto di arrivo di un lungo braccio di ferro,  avviato all’inizio del secolo e combattuto a suon di centimetri, centimetri veri, fra le donne del cosiddetto mondo occidentale e i tutori dell’ordine e del buon costume.

Dall’estate del 1946, quando per la prima volta un costume da bagno viene tagliato in due pezzi, a Ursula Andress con quel leggendario bikini di “007 Licenza di Uccidere”. Dalla censura perbenista alla rivoluzione sessuale. Dal “due pezzi” che mostrava l’ombelico, al tanga che porta in spiaggia il “Lato B”. Una moda, una storia, una rivoluzione. Ma per capire meglio, facciamo un passo indietro…Finisce la guerra e in Italia nasce la Repubblica. Umberto di Savoia, il Re di Maggio, ha lasciato l’Italia il 10 giugno alla volta di Cascais. Ovunque in Europa sono mesi di grande confusione e tentativi di riorganizzazione della vita civile dopo le devastazioni della guerra.

 

A Parigi si vuole recuperare il tempo perduto durante l’occupazione, lunghi anni che se non hanno fiaccato la resistenza mentale dei parigini hanno invece messo in ginocchio uno dei settori trainanti dell’economia francese, quello della Moda. Riaprono le boutique, si rimettono al lavoro le grandi maison e   con loro le produzioni tessili e tutto il fantasmagorico mondo che ci ruota intorno. C’è voglia di normalità, di leggerezza. Voglia di dimenticare.
All’inizio del 1946 lo stilista Jaques Heim inaugura una catena di boutique di abbigliamento sportivo dando così nuove prospettive al suo atelier già attivo negli anni ‘30. A giugno propone un costume due pezzi chiamato Atome e pubblicizzato come il costume da bagno più piccolo al mondo. Il record però durerà pochi giorni.

 

Il 5 luglio dello stesso anno Louis Read fa sfilare un costume, da lui chiamato Bikini, definito “più piccolo del più piccolo costume da bagno del mondo”.
Lo pubblicizza dichiarando che un costume due pezzi non si poteva definire un vero Bikini se non passava dentro una fede nuziale o se non poteva essere contenuto da una scatola di fiammiferi.
Perché lo chiama bikini è noto: pochi giorni prima - il 1 luglio - nell’Oceano Pacifico presso l’atollo denominato Bikini era stato condotto un esperimento nucleare nell’ambito di una esercitazione navale le cui immagini avevano sconvolto l’opinione pubblica. Ciò che è meno noto è che Réard, ingegnere meccanico prima e stilista poi, il 5 luglio 1946 mostrando l’ombelico di una donna aveva mandato in frantumi una barriera mentale prima ancora che sociale, e che da allora nulla sarebbe più stato come prima.

Penserete che sto esagerando, ma è proprio così: negli anni 2000 a lungo abbiamo visto sulle passerelle e nella quotidianità donne e ragazze esibire l’ombelico incuranti delle stagioni e delle temperature. Ma nel 1946 era diverso: costumi da bagno a due pezzi si erano visti fin dagli anni ‘30, all’inizio negli Stati Uniti e poi, timidamente, anche in Europa. La mutandina però era alta a coprire l’ombelico, lasciando di fatto scoperto solo lo stomaco. Sui fianchi la stoffa, o meglio le nuove fibre elastiche, avvolgevano e “proteggevano”.

 

Atome del 1946 (ce n’era stata una versione più castigata lanciata sempre da Jacques Heim nel 1932) era già un modello audace con la stoffa che risaliva solo 4 dita a coprire i fianchi. Un record polverizzato però in poche settimane da Bikini, due triangoli alti fin sotto l’ombelico tenuti assieme da esili fettucce di stoffa! Il punto era proprio l’ombelico, una parte del corpo considerata sino a quel momento assolutamente intima. L’impatto sul pubblico fu talmente tanto sconvolgente che Réard all’inizio non riuscì a trovare nessuna indossatrice professionista in grado di sfilare indossando la sua creazione con naturalezza. Eppure Parigi in quel periodo pullulava di modelle! Era appena stata fondata la Maison Dior. Balenciaga, che non aveva mai chiuso il suo atelier neppure durante l’occupazione nazista, era punto di riferimento delle donne più eleganti e ricche al mondo. Schiaparelli, Lanvin, Patou … davano lavoro a schiere di bellissime ragazze; ma nessuna se la sentiva di posare con il Bikini e Réard alla fine ingaggiò una spogliarellista di 19 anni di origini italiane, Micheline Bernardini.

Gli uomini persero letteralmente la testa mentre le donne ne furono quasi intimorite. La Bernardini ricevette in pochi giorni oltre 50.000 lettere e un numero mai rivelato di proposte di matrimonio.

 Nonostante la partenza fulminante il Bikini comunque fece fatica a farsi strada: negli Stati Uniti fu oggetto di una campagna avversa perbenista che dalle riviste dichiarava che le signore di classe non lo avrebbero indossato assolutamente mai!

In Italia la censura della Democrazia Cristiana e quella della Chiesa furono più forti di qualsiasi tentativo di provocazione e il Bikini, come anche il più castigato costume a due pezzi prebellico, furono completamente banditi. Negli anni ‘50 non era raro vedere sulle spiagge italiane Carabinieri armati di centimetro per misurare la conformità dell’abbigliamento da mare ai canoni del “comune senso del pudore”, come si diceva allora.

 

Questo almeno fino al 1957 quando la locandina del film “Poveri ma belli” mostrò pubblicamente Marisa Allasio in un pur castigato costume a due pezzi: Pio XII gridò allo scandalo e il film fu prontamente sequestrato il giorno dopo!  L’immagine della Allasio  venne “rivestita” con una gonna e il film poté finalmente uscire nelle sale  (Michelangelo e i braghettoni avevano fatto scuola!). Ancora nel 1963 il Ministro dell’Interno Mario Scelba inviava una circolare ai Questori e al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri invitando a “far eseguire opportune misurazioni dei costumi di uomini e donne, onde evitare un abbigliamento eccessivamente succinto e quindi lesivo delle regole del pudore e della decenza”. La circolare era corredata anche di un modellino in scala di uno slip da uomo considerato conforme. Era in corso un vero e proprio duello da spiaggia che le donne, senza distinzione di nazionalità, avrebbero combattuto contro la censura per parecchi anni: ragazze e signore contro uomini dell’ordine e guardiani del buon costume armati di centimetro.
Ma la “guerra dei centimetri” aveva coinvolto anche gli uomini che nei primi anni ‘50 indossavano pantaloncini da bagno alti in vita con patta o cerniera davanti, rigorosamente in tinta unita. Poi la vita cominciò progressivamente ad abbassarsi mentre spuntavano le prime fantasie e qualche colore. Bisognerà aspettare la fine degli anni ’60 per assistere ad una rivoluzione significativa: dai boxer si passa a slip piccolissimi (mentre i capelli invece crescono lunghissimi) mentre esplodono fantasie e colori. Le rivendicazioni per un abbigliamento meno “ingessato” e più libero non devono trarre in inganno sembrando una questione da poco. Infatti se portare avanti una rivoluzione estetica può sembrare certamente più facile che affermarne una culturale, la prima fa sempre da apripista alla seconda.

 

Fuori dall’Italia comunque a far fare al Bikini il salto definitivo ci pensarono Margareth d’Inghilterra e Brigitte Bardot con una serie di immagini scattate a Cannes nel 1953. Il costume della Bardot è succinto, anche se non come quello indossato provocatoriamente da Micheline, ma i tempi nel frattempo sono diventati maturi e le donne cominciano ad amarlo e a pensare di poter osare.

Per quanto invece riguarda la granitica monarchia inglese, che all’epoca fece scomparire gli scatti della Principessa con l’ardito costume da bagno, dobbiamo darle atto di essersi saputa comunque adattare all’evoluzione dei tempi; ne è prova la foto in bikini  di qualche anno fa della Duchessa di Cambridge, foto questa volta non rimossa dal web.

 

Il 1962 è l’anno delle armi di distrazione di massa, così fu definita Ursula Andress che usciva dall’acqua con bikini e pugnale nel film “Agente 007 / Licenza di uccidere”. Due anni dopo (non ancora esplosa la rivoluzione sessuale) l’austriaco Rudi Gernreich propose il monochini, una mutandina con due bretelle incrociate, qualcuno di voi lo ricorderà. Indubbiamente il corpo, più del costume, stava diventando il vero protagonista di questa partita. Il passo successivo di questo percorso “a togliere”, ci riporta a Rose de Primo e al suo tanga indossato ad una festa sulla spiaggia di Copacabana. Anni ’80, nuovo cambio di gusto: dallo slip piccolo e aderente si torna allo short largo, sempre più largo. La California, le sue spiagge, il suo stile di vita determinano le aspirazioni e le scelte di intere generazioni. Tornano di tendenza i colori primari e decisi, Baywatch fa scuola!

 

E sempre dalla California negli anni ’80 parte la commercializzazione del tanga indossato per la prima volta in pubblico 10 anni prima a Copacabana.

Il tanga ha definito i canoni di una nuova fisicità, anticipando quella che sarà l’estetica degli anni ‘80 e il protagonismo delle Top Model che enfatizzeranno un nuovo stile di vita oltre che una stagione superlativa della moda internazionale.

Moda, Storia, Moda come sempre in un intreccio continuo



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